sabato 26 luglio 2008

Continua il meltdown del settore immobiliare


Oramai è in atto una vera e propria corsa contro il tempo tra il Congresso degli Stati Uniti d’America e l’alluvione di procedure di esproprio delle case dei mutuatari in difficoltà, procedure che hanno toccato nel mese di giugno un livello pressoché tre volte superiore a quello registrato nello stesso mese del 2007, mentre nel secondo trimestre di questo orribile 2008 il numero di espropri da parte dei creditori ha superato del 14 per cento il già elevatissimo livello toccato nel primo trimestre, mentre supera del 121 per cento le foreclosure registrate nel secondo trimestre del 2007, un periodo significativo in quanto precede di soli 40 giorni quel 9 agosto dello stesso anno, quando il mercato interbancario si trovò in un’inedita situazione di blocco della liquidità e la banca Centrale Europea fu costretta ad immettere liquidità per un ammontare pari ad una volta e mezzo quanto mise a disposizione dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001, l’attacco, cioè, portato dall’organizzazione più pericolosa del fondamentalismo islamico al cuore degli Stati Uniti d’America.

Come è ben noto, caduto il veto presidenziale nei confronti del provvedimento che stanzia una somma considerevole che dovrebbe aiutare 400 mila famiglie statunitensi ad evitare l’esproprio della propria abitazione, la stessa è stata approvata a larghissima maggioranza dalla camera dei rappresentanti, ma manca ancora il definitivo via libera da parte del Senato, ed è per questo che gli autori del provvedimento hanno rivolto un pressante invito alle entità che hanno concesso i mutui nei confronti di quanti stanno ritardando od omettendo del tutto i pagamenti delle rate del mutuo a concedere ai ritardatari il tempo necessario per verificare se la nuova legge, una volta introdotta, sarà applicabile nel loro caso.

Se si esce dal numero globale di espropri, pari a 220 mila in un solo mese, e si volge lo sguardo alla articolazione territoriale di questo triste fenomeno, la situazione si presenta immediatamente in tutta la sua gravità, in quanto vi è un netto peggioramento in 48 stati ed in 95 aree metropolitane sulle 100 aree prese in considerazione dalla società specializzata che da qualche anno tiene la contabilità di questi eventi che minano profondamente la fiducia dei cittadini americani, colpendo uno degli elementi portanti dell’American Dream.

In un mercato finanziario globale talmente malmesso da tendere sempre più spesso a riconsolarsi con l’aglietto, non pochi commentatori hanno visto segni di luce in fondo al tunnel, attaccandosi ad un rimbalzo degli ordini di beni durevoli in giugno largamente legato agli ordini per la difesa, nel recupero dai minimi della fiducia dei consumatori, sempre in giugno, largamente spiegabile con il rimborso fiscale effettuato il mese precedente per decisione congiunta del Governo e del Congresso o in una flessione minore del previsto della vendita di nuove case, dimenticandosi che il ben più significativo indicatore rappresentato dalla vendita di case esistenti, nonché il prezzo mediano a cui si effettuano le sempre minori vendite, sono entrambi scesi e non di poco nello stesso mese preso in esame.

Come ben sanno i miei pochi ma affezionati lettori non appartengo alla schiera di quanti vedono nel meltdown del settore immobiliare statunitense la causa della tempesta perfetta in corso, in quanto la tanto strombazzata ed amplificata questione dei mutui sub prime o dei micidiali ARM, o di quella stravagante invenzione appena dimessa dalla Wachovia Bank che l’aveva ereditata da un’entità finanziaria acquistata a carissimo prezzo nel 2006 non sono stati, mettendo nel mazzo anche i ricorsi a catena alla protezione della legge fallimentare statunitense da parte di un numero rilevantissimo di entità specializzate nel mortgage, che l’ultima goccia del più che colmo vaso di Pandora della finanza strutturata, che presenta un ammontare di problemi che supera di poco meno di cento volte l’ammontare complessivo di sub prime e altri mutui a rischio a causa dei micidiali meccanismi contrattuali in termini di tasso di interesse previsti.

C’è, tuttavia, un brandello di verità nella tesi che vede nel fragoroso scoppio della bolla immobiliare statunitense l’innesco delle turbolenze che stiamo vivendo da poco meno di un anno, ma lo stesso vale per tutte quelle forme di credito al consumo, più o meno finalizzate all’acquisto di un bene a sua volta a carattere più o meno durevole, il gigantesco outstanding delle carte di credito del micidiale tipo revolving e chi più ne ha ne metta, in quanto crediti per migliaia, se non decine di migliaia di miliardi di dollari, sono stati prontamente impacchettati in quei prodotti della finanza strutturata anche molto complessi frutto delle fatiche degli apprendisti stregoni delle Investment Banks e/o delle divisioni di Corporate & Investment Banking delle banche più o meno globali, molte delle quali basate al di fuori degli USA.

L’insieme delle notizie diffuse ieri ha creato un iniziale, anche se molto timido, tentativo di rimbalzo dei tre principali indici azionari statunitensi dopo il vero e proprio tracollo registrato giovedì, quando si è potuto constatare che a poco servono misure quali quelle escogitate da Henry Paulson, ministro del Tesoro statunitense, e Christopher Cox (meglio noto come Effe O Ixs) numero uno della potente ma molto distratta Securities and Exchange Commission, un duo che ha cercato di mettere le briglie a quello che è divenuto ormai un vero esercito di convinti ribassisti, in larga parte emuli del multimiliardario ed hedge funder David Einhorn, uno che, come scrivevo nella puntata di ieri, della tempesta ha capito tutto da subito e che ebbe l’ardire di svelare urbi et orbi, nel lontano mese di settembre del 2007, la sua intenzione di puntare su flessioni mostre se non sul fallimento di un numero indeterminato di entità operanti nel mercato finanziario statunitense, vera costola del mercato finanziario globale.

Ma non altrettanta fortuna è toccata alle azioni delle maggiori entità operanti nel settore finanziario statunitense, vera costola del mercato finanziario globale, in quanto anche ieri si è registrata una forte flessione delle quotazioni di queste banche di investimento, banche più o meno globali, le disastrate e tecnicamente fallite Fannie Mae e Freddie Mac, entità che, in più di un caso, sono tornate a testare verso il basso i minimi di fase recentemente toccati prima del tentativo un po’ drogato di rimbalzo registrato nelle prime sedute di questa settimana.

Pur essendovi sempre più chiare evidenze del verificarsi di questo fenomeno, è parecchio tempo che non parlo dell’effetto domino, una spirale micidiale per le economie dei paesi maggiormente industrializzati e che vede una catena di azioni e reazioni inizialmente basate sugli effetti psicologici derivanti dallo scoppio repentino di una bola specultativa, fenomeno che diventa realmente devastante quando a scoppiare sono un certo numero di bolle, delle quali, quella finanziaria, era ormai giunta ad un livello del tutto insostenibile.

Credo sia proprio il caso di segnalare l’ulteriore flessione del prezzo del greggio che ieri ha tentato di sfondare verso il basso anche la soglia dei 123 dollari al barile, per poi chiudere appena al di sopra di tale livello che si pone comunque ben 24 dollari al di sotto del massimo storico.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/ , mentre rendo noto che sono stati pubblicati nei giorni scorsi gli atti dello stesso convegno.