martedì 2 giugno 2009

Il massacro dei bondholders di General Motors e Chrysler non farà certo tornare la fiducia, né tanto meno i soldi, degli investitori!


L’ingresso della più grande industria manifatturiera statunitense nelle procedure previste dal Charter 11 della legge fallimentare vigente in quella che ancora può essere considerata come la più potente nazione del pianeta può a buon diritto essere considerata una tappa fondamentale di quel grande meltdown della finanza e dell’economia che ha preso a buon diritto il nome di tempesta perfetta e che ha reso la sua omologa intercorsa nell’autunno del 1907 poco più che un sommovimento in un bicchiere d’acqua.

La bancarotta ‘pilotata’ di General Motors getta, infatti, sulle spalle del governo statunitense e di quello canadese il 72,5 per cento dell’azionariato della maggiore casa automobilistica a stelle e strisce, in realtà una delle maggiori multinazionali del pianeta per la semplice ragione che è presente, direttamente o indirettamente, nei cinque continenti, mentre il secondo azionista è rappresentato dai suoi dipendenti con il 17,5 per cento, mentre una quota del 10 per cento, elevabile in un prossimo quanto incerto futuro al 25 per cento è riservata ai più che riluttanti possessori dei bonds emessi dalla casa automobilistica per 27 miliardi di dollari, una cifra che non rappresenta che una frazione del rilevante indebitamento complessivo accumulato da General Motors a seguito di un decennio almeno di gestioni davvero dissennate.

Ai molti che si chiedono e mi chiedono chi pagherà alla fine il conto salatissimo della tempesta perfetta che sta per concludere il suo ventiduesimo mese di vita ho risposto in numerose puntate del Diario della crisi finanziaria che il peso maggiore non toccherà alle banche e altre entità protagoniste del mercato finanziario globale, ma sarà caricato sulle spalle di quanti, investitori istituzionali o semplici risparmiatori/investitori, hanno sottoscritto o acquistato i titoli della finanza più o meno strutturata, una distinzione quasi ininfluente in una fase come l’attuale, per decine di migliaia di miliardi di dollari, per la semplice ragione che i malcapitati hanno ben poche speranze di recuperare, enon sempre sull’unghia, anche meno di quel venti per cento circa ottenuto dalla Merrill Lynch nel corso dell’ultima vendita in blocco di titoli più o meno tossici a un compratore peraltro finanziato dalla stessa banca e in possesso di un contratto che gli consentiva di rivenderli a certe condizioni al venditore che è oggi parte della Bank of America!

La lunga scia distruttiva lasciata dalla tempesta perfetta è, peraltro, disseminata di fallimenti di entità finanziarie e industriali che, tranne in un numero limitatissimo di casi, sono state mascherate da nazionalizzazioni più o meno palesi, una situazione che nel solo Regno Unito ha riguardato almeno tre banche facenti parte del gruppo delle prime otto, mentre negli Stati Uniti d’America, il paese nel quale il solo termine nazionalizzazione fa venire l’orticaria ai più, sono state nazionalizzate le maggiori entità operanti come garanti nell’immenso mercato del mortgage, Fannie Mae, Freddie Mac, Sallie Mae, Ginnie Mae, il colosso assicurativo AIG, mentre sono state affibbiate a altre entità a loro volte destinatarie di aiuti pubblici per complessivi 700 miliardi di dollari, società del calibro di Countrywide, Washington Mutual, Wachovia Bank, Bear Stearns, Merrill Lynch e altre decine di banche di minori dimensioni, mentre l’onta di un fallimento senza ritorno è stata riservata solo a Lehman Brothers e a quelle centinaia di finanziarie specializzate nel settore dei mutui immobiliari che decisero, quasi simultaneamente, di portare i libri in tribunale in un periodo compreso tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto del 2007.

Come non mi stancherò mai di ripetere, tutti queste questi ‘salvataggi’ e queste nazionalizzazioni non hanno evitato il verificarsi delle condizioni tecniche di insolvenza, peraltro intese in senso molto lato, che fanno scattare quele vere armi di distruzione di massa rappresentate dai Credit Default Swaps, il che ci riporta alla sola e vera ragione per la quale non è stata lasciare fallire AIG che di questi contratti era la principale controparte, un’eventualità che avrebbe determinato il fallimento delle principali banche basate al di qua e al di là dell’Oceano Atlantico, come è agevole vedere scorrendo la lista della banche che hanno ottenuto a tempo di record i rimborsi che si sono tradotti in 200 miliardi di dollari di ulteriori perdite per la sventurata compagnia di assicurazione trasformatasi, secondo Barack Obama, in un immenso hedge fund!

Così come non mi stancherò di dire che la ‘fortuna’ di Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, J.P. Morgan-Chase e delle altre maggiori banche americane, così come la buona stella di quel club ristretto di banche europee più o meno globali non toccherà ai detentori a vario titolo di titoli della finanza più o meno strutturata, una sfortunata circostanza che li destina, dritti, dritti, a perdere sino ai nove decimi di quanto a suo tempo investito, il che è grave e dolorosissimo per i singoli risparmiatori/investitori, ma può determinare incalcolabili effetti sistemici nel caso degli investitori istituzionali, in particolare nel caso dei fondi pensione, alcuni dei quali, per rifarsi delle perdite, hanno deciso di giocare, via derivati, sul prezzo delle materie prime più o meno energetico e addirittura su quello delle derrate alimentari, incorrendo in un nuovo e forse ancor più sanguinoso bagno di sangue quando i prezzi sono drammaticamente crollati nella seconda parte dell’estate del 2008, una scelta nella quale si è distinto il fondo Calpers, quello che gestisce il futuro previdenziale degli insegnanti della California.

Se qualcuno dovesse pensare che le scelte degli investitori istituzionali e di quelli individuali sono in fondo fatti loro, mi permetto di suggerire modestamente e altrettanto sommessamente che, se agli stessi verrà riservato identico trattamento di quello toccato in sorte ai bondholders di Chrysler e General Motors, il nobile tentativo a parole sostenuto dai governi e dai banchieri centrali dei paesi maggiormente industrializzati, quello cioè di riportare la fiducia e la propensione a investire in quanto offre il mercato finanziario globale e destinato a fallire miseramente!

Ricordo che il video del mio intervento al Convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente sul sito dell’associazione FLIP, all’indirizzo http://www.flipnews.org/ . Riproduzione della presente puntata possibile solo citando l’autore e l’indirizzo del blog.