sabato 30 aprile 2016

Per la Banca d'Italia sono soggetti a rischio bail in 427 miliardi di euro di risparmi degli italiani


In un recente studio, la Banca d'Italia "misura" il rischio dei risparmiatori italiani rispetto all'ipotesi di bail in degli istituti di credito dei quali gli italiani sono azionisti, obbligazionisti o depositanti per la parte del deposito che supera la soglia dei 100 mila euro, una cosa che si sapeva, ma della quale si ignoravano le dimensioni che, espresse in lire, sono nell'ordine di qualcosa di più di 800 mila miliardi e che dimostrano come alcuni deflussi di capitale dalle banche siano dovuti da un lato alla propensione dei risparmiatori ad emigrare verso quelli che, a torto o a ragione, vengono considerati porti sicuri, cioè banche di maggiore affidabilità e solidità patrimoniale, mentre dall'altro alla nuova tendenza di spezzettare i depositi tra più istituti in modo da rimanere per ognuno di essi al di sotto della fatidica soglia dei 100 mila euro.

Scendendo nel dettaglio, scopriamo che la somma dei depositi al di sopra dei 100 mila euro è stimatia da Via Nazionale in 225 miliardi di euro, le obbligazioni non garantite sono pari a 173 miliardi, mentre le obbligazioni subordinate sono nell'ordine dei 29 miliardi, un dato in calo dopo le tristi esperienze delle quattro banche salvate in novembre dal Governo, ma con la prima applicazione del bail in che ha comportato perdite per centinaia di milioni di euro a carico dei detentori delle tre categorie di attività finanziarie colpite dalla nuova normativa che invano Governo e Banca d'Italia stanno cercando di addolcire in sede europea.

Ma la vera notizia sta nel fatto che, rispetto al 2011, gli strumenti di debito bancario sono calati da 1.017 miliardi di euro a 921 miliardi, complice un vero e proprio crollo delle obbligazioni bancarie non garantite passate, nel breve volgere di quattro anni, da 341 a 173 miliardi di euro, un deflusso che solo in piccola parte si è dirottato verso le altre forme di debito bancario,  veleggiando quindi per altri lidi (molto probabilmente, verso l'investimento in titoli di Stato, azionario non bancario e fuga di capitali all'estero), anche se c'è un significativo aumento dei depositi entro la soglia dei 100 mila euro, segno che lo spezzettamento dei dei depositi sta avvenendo..

E' in questo quadro che si inserisce l'azione della nuova vigilanza europea, un'azione che non lascia nessuna banca italiana, a prescindere dalla dimensione, al riparo dagli strali delle donne e degli uomini capitanati da Daniéle Nouy che possono in ogni momento, tramite una semplice lettera, avviare quel percorso che, in casi estremi, può portare alla risoluzione della banca sotto esame, con conseguente applicazione delle drastiche misure previste dal nuovo meccanismo che vede colpiti per primi azionisti, obbligazionisti di ogni tipo e depositanti per la soglia, come ho ripetuto più volte,, superiore ai centomila euro.

Il fatto che una quota di poco superiore al 10 per cento della ricchezza finanziaria degli italiani sia oggettivamente a rischio non significa che si aprono scenari apocalittici, ma è soltanto un esercizio statistico della nostra banca centrale che ha diviso i 921 miliardi di euro di strumenti di debito bancario tra i 427 non garantiti e i 494 miliardi che invece, per fortuna dei loro possessori, sono garantiti (verrebbe da dire che, se si verificasse un crisi sistemica, sarebbe ben difficile garantire alcunché).

venerdì 29 aprile 2016

Che succede ai risparmiatori con i tassi a zero o sottozero?


Se anche un banchiere centrale navigato come il tedesco Weidman non ha timori a sposare le istanze del tedesco medio, meglio se pensionato, che lamenta che dal suo conto corrente o dal suo investimento in Bund, il decennale tedesco, non ricava più nulla e paga solo spese, vuol che il tema dei tassi zero sui depositi e il rendimento prossimo a zero del Bund sono questioni molto sentite dai suoi concittadini, in particolare da quelli, come i pensionati, che non godono degli innegabili vantaggi che la politica della Banca Centrale Europea sotto la guida di Super Mario ha portato per i mutui, sia quelli esistenti a tasso variabili (con l'euribor ormai sottoterra), sia per quelli nuovi a tasso fisso che sono a livelli mai visti in passato.

Quella che si intravede in Germania, ma non solo, è quindi una sorta di conflitto generazionale e sociale, che vede sui due lati della barricata gli anziani da un lato e i giovani e le imprese dall'altro e che ha spinto il governo della signora Merkel a compiere un passo anche esso inusitato, alzando d'un colpo le pensioni del 4,7 per cento nella parte Ovest del paese e di oltre il cinque per cento nelle regioni che un tempo facevano capo all'ex Repubblica Democratica Tedesca, aumenti non giustificati dall'inflazione inesistente ma da preoccupazioni meramente elettorali che vedono accomunati sia la CDU-CSU che i socialdemocratici e che non dispiacciono anche ai partiti di opposizione.

Lasciamo la Germania alle sue ambasce da paese ricco e veniamo alle altre aree dell'eurozona, con particolare riferimento a quella del Sud, e vediamo che non si registrano proteste né nel mondo delle imprese, né in quella dei risparmiatori, né tantomeno in quella degli Stati che stanno beneficiando di risparmi sul debito emesso a partire dal quantitative easing sempre più aggressivo deciso da Super Mario che è riuscito a portare dalla sua la quasi totalità dei membri del direttivo, Widman escluso naturalmente.

Il perché è presto detto, in quanto tutti i soggetti stanno realizzando guadagni da questa politica, esclusi ovviamente i pensionati che oltre al deposito bancario non hanno mutui, ma vi è una maggiore consapevolezza che a livello paese vi è un risultato positivo da questa coraggiosa manovra intrapresa da Francoforte.

L'unico neo è dato dalla scellerata politica di apertura al rischio adottata dal ministero dell'economia italiano sotto forma di contratti di derivati di tasso, contratti che sono costati, nel 2015, 6,8 miliardi di euro, un importo che si è "mangiato" il risparmio di 5 miliardi di euro derivante dal bassissimo livello dei tassi sui titoli pubblici di nuova emissioni, un importo non molto diverso da quello che i derivati sono costati negli anni precedenti e che sarà azzerato solo quando i tassi risaliranno e di molto!

giovedì 28 aprile 2016

Dove sta andando l'Unione europea?


Guardavo l'altro giorno le statistiche sul prodotto interno lordo dei maggiori paesi dell'orbe terraqueo e mi ha colpito l'assenza dell'Unione europea, ignorata dai redattori della lista stessa proprio come se, come accadeva all'Italia di tanto tempo fa, fosse poco più che un'espressione geografica e non un insieme di paesi che ospitano complessivamente 500 milioni di abitanti e che produce un PIL che, nel 2015, supera quello cinese di 2 mila miliardi di dollari ed è dietro soltanto ai potentissimi Stati Uniti d'America .

Ma quale è il motivo di questa irrilevanza che si moltiplica quando si passa a temi quali quello della politica estera e della difesa? Non è solo, e non è tanto, nelle posizioni degli euroscettici, un insieme che accomuna forze politiche e sensibilità molto diverse tra di loro, ma sta nelle posizioni di buona parte dei leaders politici dei paesi membri, che, fatta la moneta unica e fatti progressi in direzione dell'unione bancaria, non sembrano assolutamente disposti a cedere ulteriori fette di autonomia e si rinserrano pervicacemente nei loro confini sempre più circondati dagli stessi muri che erigono contro la marea umana dei migranti che al momento e sulla base delle esangui tendenze demografiche sembrano più una risorsa che una criticità, come insegnano le esperienze vincenti della Gran Bretagna e della stessa Germania, per non parlare della Francia post coloniale.

Chi pensa che un eventuale successo del referendum del 23 giugno sulla Brexit sia in realtà una questione di poco conto e afferente esclusivamente agli abitanti di quella che in tempi antichi veniva denominata Albione commetterebbe un tragico errore, perché si può discutere sull'impatto economico  negativo che l'uscita della Gran Bretagna potrà avere sugli abitanti di quelle terre, ma quello che è certo è che da quella scelta verrebbero spinte all'uscita di tanti altri paesi dell'Unione i cui governanti strizzano apertamente l'occhio alle spinte nazionalistiche e a quelle pulsioni che definire euroscettiche rischia di essere sempre più un tragico eufemismo.

Non è un caso che il presidente degli Stati Uniti d'America, una nazione con un'opinione dei decision makers non proprio favorevole all'Unione europea, si stia spendendo con vigore perché la Brexit fallisca, perché, al di là delle ricorrenti divergenze su quasi tutti i temi, avverte la necessità di un interlocutore che parli con una lingua sola su temi non secondari quali la finanza, la lotta al terrorismo jadista,il rapporto con Russia e Cina, la difesa e le questioni che compongono ogni giorno l'agenda dei potenti della terra!

Ma la posizione tedesca di chiusura sulle richieste della Grecia per poter accedere alla terza tranche di aiuti a suo tempo concessi dalla Troika, Fondo Monetario Internazionale-Unione europea-BCE, rischia di determinare a luglio un default del debito pubblico del paese ellenico e potrebbe creare le condizioni per una Grexit dall'euro.

mercoledì 27 aprile 2016

Perché il capo della Bundesbank è così nervoso?


Per un patto non scritto raggiunto prima della sua fondazione, la Germania ospita la sede della Banca Centrale Europea ma non ne esprime il presidente, carica ricoperta, nell'ordine, da un olandese, con esiti disastrosi, da un francese, il non troppo rimpianto Jean Claude Trichet e, the basta but not the least, il nostro Mario Draghi, un uomo il cui curriculum incredibile e il cui operato gli hanno consentito di conquistare il nomignolo di Super Mario, una persona di successo che non piace né ai tedeschi, né al governo di quel potentissimo paese, ma soprattutto non piace al non più potente capo della banca centrale tedesca, un'istituzione che, prima dell'avvento della BCE, influenzava fortemente i destini economici dell'Europa.

Come ho scritto nel recente articolo sulla Banca d'Italia, parlando della perdita verticale di attribuzioni dell'istituto con sede a Via Nazionale in Roma, perdita di poteri che vale ovviamente per tutte le banche centrali dei paesi membri dell'area dell'euro, e vale, nonostante le chiare ambizioni di un uomo che non nomino neanche, anche per il capo della Bundesbank, che non perde occasione per attaccare Super Mario e la sua politica di quantitative easing e di politica dei tassi a zero, se non sottozero, quella politica che non piace ai risparmiatori tedeschi che non riescono a fare fruttare il loro denaro in banca e che vanno sotto in termini di rendimenti anche quando investono nei loro tanto amati Bund, i titoli di stato decennali made in Germany.

Ieri, venendo a casa nostra, o meglio nella sede dell'ambasciata tedesca, il nostro ce ne ha dette una per bere e una per sciacquare, affermazioni che un tempo avrebbero fatto tremare la borsa, che invece ieri gli ha risposto con un discreto rialzo e i nostri titoli di stato che, invece,  hanno guadagnato qualche posizione, dicendo che il nostro debito pubblico è una minaccia per l'eurozona, che il nostro ministro dell'Economia è un inguaribile ottimiste, il che, in termini di cose economiche, significa dire che è uno stupido, e ha salvato solo quello che va in direzione del modello tedesco, e cioè il job act e il neonato fondo Atlante per garantire gli aumenti di capitale delle banche e per intervenire nel settore dei Non Performing Loans.

Che sulle banche dell'eurozona siamo di fronte ad un patto di ferro tra la Germania e la Francia è una cosa che sanno pure i bambini che sono cresciuti a pane ed euro, ma la politica di Madame Nouy ha apportato alle banche francesi e tedesche dei vantaggi competitivi immensi, pesando poco i rischi finanziari di cui queste sono strapiene e attribuendo un peso enorme ai rischi creditizi, rischi che dalle banche centrali nazionali venivano visti in modo molto diverso!

martedì 26 aprile 2016

Il cahier de doléance dei banchieri italiani contro la vigilanza BCE


Ho detto più volte che gli strapagati banchieri italiani dalla fine dell'anno scorso hanno difficoltà notevoli ad addormentarsi e fare sonni tranquilli perché hanno in mente la severa signora francese alla guida della vigilanza delle banche dell'eurozona che vuole che in tempi rapidi ripuliscano drasticamente i loro bilanci dalla zavorra dei crediti deteriorati, non facendo quasi distinzioni tra  questo ampio aggregato e quelli più ridotti delle sofferenze lorde e di quelle nette, adducendo Madame Nouy il ragionamento che, in una situazione di forte stress, non sarebbe possibile per la banca sotto attacco utilizzare gli accantonamenti effettuati nel tempo, perché vi sarebbe una crisi di liquidità in parte dovuta alla fuga dei depositanti oltre i 100 mila euro, come è accaduto di recente, per ammissione del suo stesso amministratore delegato, alla disastrata e sotto aumento di capitale Banca Popolare di Vicenza.

Ma un informatissimo articolo di Rosario Dimito su Il Messaggero va ancora più nello specifico e ci informa che per i banchieri italiani, ma non solo per quelli del nostro paese, la segretezza del manuale di vigilanza e, quindi, delle modalità di attuazione dello stesso, costituisce un problema perché non consente di capire quale è il modello di riferimento, quale è il modello ideale di banca secondo le donne e gli uomini della Banca Centrale Europea, così come non si capiscono i criteri secondo cui vengono divulgati alla stampa i nomi delle banche sotto stress test, visto che alla fine dell'anno scorso sono stati resi pubblici solo quelli delle banche italiane.

E veniamo qui al corollario della insistenza della vigilanza BCE sui Non Performing Loans delle banche italiane, perché l'adeguarsi alla politica delle pulizie di bilancio porta con se la necessità di procedere ad aumenti di capitale, aumenti che non potranno essere tutti garantiti dal Fondo Atlante come è stato nel caso della Popolare di Vicenza e che portano normalmente a contrazioni, anche forti della capitalizzazione di borsa delle banche coinvolte, richieste che non tengono conto, come nota Dimito, del fatto che negli ultimi otto anni le banche italiane si sono rivolte al mercato per una cifra di circa 40 miliardi di euro!

Per non parlare delle richieste di aumentare i livelli di patrimonializzazione di grandi gruppi bancari al livello assolutamente irragionevole del 20 per cento (Unicredit), o ad abbreviare significativamente i tempi oltre i quali un credito è considerato deteriorato, per giungere all'assurdo di considerare deteriorati i crediti verso la pubblica amministrazione, tutte cose che, ove attuate, disegnano uno scenario molto fosco per l'industria finanziaria italiana.

venerdì 22 aprile 2016

Ma di quante divisioni dispone la Banca d'Italia?


Faceva un po' tristezza la dichiarazione di martedì del Governatore della Banca d'Italia a proposito dell'approssimarsi della fase delle offerte vincolanti per le quattro banche tecnicamente fallite e che un decreto del governo ha scisso tra good bank e bad bank, banche tristemente note perché sono state il primo banco sperimentale di un bail in che teoricamente, all'epoca dei fatti, non era ancora operante ma, su input della vigilanza della BCE, fu applicato con qualche mese di anticipo, anche perché l'alternativa era il fallimento vero e proprio delle banche con conseguenze ancora peggiori del bail in stesso.

Le quattro banche erano Banca Etruria, Banca Marche, Cariferrara e Carichieti, quattro istituti che, dopo la tosatura, di azionisti, obbligazionisti e depositanti per le somme superiori alla soglia garantita dei 100 mila euro, sono ora banche ripulite di tutte le sofferenze e gli incagli che avevano e che quindi hanno suscitato l'interesse di diverse banche e fondi di investimento italiani e stranieri e verranno vendute "sfuse o a pacchetti" ad offerenti che presentino tutte le garanzie anche dimensionali di essere atte ad operare nel sistema bancario italiano, requisiti questi che verranno accertati dalle donne e dagli uomini che operano alle dipendenze di Madame Nouy, responsabile della vigilanza europea presso la BCE.

Dicevo all'inizio di un sentimento di tristezza perché, avendo operato in un grande banca italiana, ricordo bene il timore reverenziale che si aveva nei confronti della Banca d'Italia, in particolare se la vigilanza della stessa interveniva con un'ispezione per controllare che la governance e l'agire concreto della banca oggetto dell'interesse della vigilanza fossero efficaci e improntati alla massima correttezza e conformi alle leggi e alle disposizioni normative che venivano via via emanate da Via Nazionale, tutte cose che oggi Francoforte fa in maniera più incisiva e con tempi non paragonabili a quelli del passato italico.

Attualmente, la Banca d'Italia è poco più di un gigantesco ufficio studi impegnato a sfornare statistiche e analisi sul sistema bancario italiano e non a caso sia il Governatore che il direttore generale sono stati responsabili dell'Ufficio Studi di Via Nazionale e ci si chiede a che serva avere un organico intorno alle 10 mila unità per svolgere tali attività. Ma questa scarsa rilevanza non impedisce di fare danni, come è accaduto martedì scorso quando, intervenendo nel corso di un'audizione, Visco ha fatto scendere i titoli bancari che erano impegnati in un vigoroso rally delle quotazioni dei loro rispettivi titoli azionari, in particolare il Monte dei Paschi di Siena, a causa di frasi contorte e non comprese dagli operatori.

Nel frattempo, il nostro vero Governatore, Super Mario, ha difeso ieri brillantemente, e con l'unanimità del consiglio direttivo, la Banca Centrale Europea dagli attacchi scomposti provenienti dalla Germania alla sua politica monetaria e, soprattutto alla politica dei tassi zero/negativi, e la cancelliera Merkel ha dovuto abbozzare!

giovedì 21 aprile 2016

Una tegola veneta sul Monte dei Paschi di Siena


Questo non è il primo articolo e non sarà nemmeno l'ultimo nel quale mi occupo delle banche che operano in quella sventurata terra, almeno dal punto creditizio, che è diventata il Veneto, occupandomi in particolare modo di quelle che hanno sede legale in questa regione, come la Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca con sede a Montebelluna, ma ho poi fatto mente locale sul fatto che, acquisendo la Banca Antonveneta, il Monte dei Paschi di Siena è diventata una banca di casa, prendendo i depositanti di quella banca che nella fase più acuta del risico bancario italiano cadde nelle mani di Emilio Botin, patron del Santander e che in 24 ore ore fu ceduta al Monte dei Paschi di Mussari che la pagò qualche miliardo in più di quanto l'avesse pagata il capace e anche un po' rapace banchiere spagnolo.

Ma mentre parte dei depositi sono migrati verso altri lidi, gli impieghi di Antonveneta sono rimasti tutti lì e una parte di essi si sono trasformati in Non Performing Loans, andando ad appesantire quelli, già di per se non lievi dalla banca senese, che, a giugno dell'anno scorso presentava un esposizione complessiva di crediti deteriorati che sfiorava decine di miliardi di euro, una cifra enorme per una banca che vanta impieghi vivi per 117 miliardi di euro.

Ma scendiamo un po' nel dettaglio e vediamo che, al lordo degli accantonamenti, il Monte dei Paschi di Siena ha sofferenze per  26,6 miliardi di euro così ripartite: 11,8 miliardi di sofferenze garantite da immobili, 6,5 miliardi assistiti da garanzie personali e 8,3 miliardi non assistiti da nessuna forma di garanzia, mentre, al netto di quelle rettifiche di cui la mastina Daniele Nouy non vuole sentire nemmeno parlare perché in una situazione di stress non sarebbero utilizzabili, le sofferenze scendono a qualcosa di meno di 10 miliardi di euro.

Ho espresso più volte il mio personale apprezzamento per le capacità dell'amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, ma ritengo francamente che quella sua sia la classica mission impossible e che solo misure straordinarie con adeguati aumenti di capitale possono far sì che la banca non venga travolta dall'eredità veneta che già tanto è costata in questi anni.

mercoledì 20 aprile 2016

Atlante garantisce l'aumento di capitale a rischio della Banca Popolare di Vicenza


Ormai è certo: il neonato fondo Atlante toglie dalle spalle di Unicredit la fatica improba per una sola banca di garantire integralmente l'aumento di capitale della molto disastrata Banca Popolare di Vicenza, sì quella banca veneta che la gestione monocratica dell'ex presidente Gianni Zonin ha portato a un passo oltre il ciglio del precipizio, e l'altro ieri la borsa. invece di brindare allo scampato pericolo per la prima banca italiana, ha punito sonoramente i titoli della banca di Piazza Cordusio con un rotonda flessione del 3 per cento, proprio in una giornata nella quale la borsa superava con facilità lo scoglio dello stacco dei dividendi e il fallimento del vertice di Doha dei paesi produttori di petrolio aderenti all'OPEC, fallimento determinato dalla posizione iraniana contraria a qualsiasi congelamento della produzione fino a che non raggiungerà i livelli del 2011, quando, prima delle sanzioni, esportava tre milioni di barili di greggio al giorno.

Eppure Atlante, costituito nell'ambito del Fondo Quaestio sgr, è nato fondamentalmente per garantire gli inoptati dei tanti aumenti di capitale che le banche italiane dovranno effettuare o per situazioni pregresse alquanto disastrate, è il caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, o per far fronte alle perdite derivanti dalle alienazioni di crediti deteriorati impostati dalla vigilanza europea costituito presso la Banca Centrale Europea e guidata da Madame Nouy, e già si sa che, dopo il passo indietro di Unicredit sulla banca di Vicenza, ci sarà quello di Intesa-San Paolo sull'aumento di capitale di Veneto Banca con sede a Montebelluna, anche qui si parla di cifre miliardarie che il mercato non vuole assorbire, né tantomeno i precedenti azionisti stremati da un rally delle loro azioni da 72 euro alle poche decine di centesimi che l'operazione verità dei valutatori meno compiacenti di quelli che hanno attribuito quei valori stellari alle azioni delle due banche venete vorranno assegnare alle azioni delle future società per azioni.

Per il fondo Atlante, invece, queste operazioni potrebbero rappresentare una notevole fonte di guadagni, anche perché, partendo da questi valori anche troppo realistici , la possibilità di upside sono davvero significative, e non è un caso se la lista degli aderenti al fondo cresce ad ogni giorno che passa, attirati dalla promessa di un rendimento stellare del 6 per cento l'anno, una remunerazione dei fondi versati alquanto credibile sia sul fronte degli aumenti di capitale, sia su quello dei Non Performing Loans acquisti ad un valore intorno al 20 per cento ma che hanno garanzie per un 70 per cento medio del loro valore nominale, circostanza che rende credibile un valore finale di recupero intorno al 36 per cento!

Ma allora, si chiederà il lettore più smaliziato si chiederà, perché quest'azione di recupero non la fanno direttamente le banche che quei soldi li hanno prestati? E' una domanda che può fare solo chi non conosce gli apparati interni alle banche che non hanno l'agilità e il modus operandi delle società i recupero crediti e si accontentano spesso di transazioni scandalose facilitate da intermediari molto smaliziati, ma di questo parlerò più diffusamente nelle prossime puntate.

martedì 19 aprile 2016

La corsa dell'orso del prezzo del petrolio


Come era largamente prevedibile, il vertice dell'OPEC di Doha di domenica scorsa si è chiuso senza un accordo e il petrolio e le altre materie prime energetiche hanno pagato prezzo già all'apertura dei mercati in Asia lunedì mattina, con il WTI, che nelle settimane precedenti aveva ritrovato un miracoloso prezzo di qualcosa di più di 42 dollari al barile, risprofondato verso la soglia dei 38 dollari, per poi ritornare a 40 dollari al barile, ma di strada, con il passo del gambero, ne dovrà fare ancora tanta e l'unica speranza sarà quella della vacillante offerta di petrolio statunitense, stretta tra chiusure di giacimenti e ricorsi di compagnie a stelle e strisce alla protezione dell'accomodante legge fallimentare in vigore negli Stati Uniti d'America.

Sembra proprio che i nodi al pettine della crescita mondiale, ieri parlavo del contributo dell'anemica crescita cinese (ovviamente per gli standard cui quel paese ci ha abituato in questi anni) alla possibile stagnazione secolare secondo la recente definizione del Fondo Monetario Internazionale, e già oggi vi sto tediando con la bolla scoppiata del prezzo del petrolio in virtù di un mancato accordo di cartello tra i produttori, flop peraltro largamente previsto dalla potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, una banca globale che di petrolio ha dimostrato davvero di intendersi, come quando guidò, via derivati, la carica che portò il greggio al prezzo record di 143 dollari al barile, per poi girare opportunamente le proprie posizioni per guidare il ritorno quasi repentino a quotazioni che non si discostavano dai 40 dollari al barile e guadagnò una montagna di soldi sia in una direzione che nell'altra!

Del resto, che le cose a Doha si stessero mettendo male lo si è capito quando si è saputo che la delegazione iraniana al tanto strombazzato incontro sarebbe stata guidata da un funzionario e non dal ministro del petrolio di quel paese, un malcapitato che ha potuto solo ribadire che l'Iran non avrebbe accettato nessun incontro fino a  che il paese non avesse recuperato la produzione ante sanzioni del 2011, il che significa in soldoni che intende porre sul mercato una produzione aggiuntiva pari all'attuale sbilancio che vede l'offerta superare la domanda per 1-2 milioni di barili al giorno e ai presenti non è restato che prendere atto di una situazione che non rendeva possibile nessun accordo a meno di un sacrificio forte da parte dell'Arabia Saudita e di altri importanti produttori arabi, né era pensabile che venissero in soccorso altri disastrati produttori fuori del cartello, come la Russia di Putin o il Venezuela del traballante Maduro.

In questa terza ondata della tempesta perfetta, ogni elemento si tiene con l'altro e, già a partire da questa settimana, dovremmo assistere a una nuova corsa verso i "beni" rifugio, quali l'oro, il franco svizzero e i titoli di stato di Germania e Stati Uniti, facendo tendere i rendimenti del Bund tedesco ancor più verso lo zero!

lunedì 18 aprile 2016

La Cina porterà il mondo alla stagnazione secolare


Ho citato solo di sfuggita il passaggio dell'Economia Outlook del Fondo Monetario Internazionale che paventa il rischio di una stagnazione secolare per il mondo sviluppato e questo potrebbe stupire visto che, a livello dell'orbe terraqueo, registriamo da anni tassi di crescita del prodotto interno lordo compresi tra il 3 e il 4 per cento, ma il problema è che si tratta di un valore medio che unisce la crescita anemica dell'occidente sviluppato e del Giappone con quelli molto più vivaci che caratterizzano gli emerging markets e quella che ancora oggi, e nonostante i tanti paperoni cinesi in vetta alle classifiche di Forbes, si chiama Repubblica Popolare Cinese.

Tra le tre concause della terza ondata della tempesta perfetta, ho indicato il problema delle borse, e segnatamente delle banche, lo scoppio delle due bolle speculative del petrolio e delle altre materie prime energetiche, e la crisi sempre più evidente dell'economia cinese su cui grava un problema delle banche che è multiplo di quelli che affliggono le banche europee e il profilarsi dello scoppio di una gigantesca bolla nel settore immobiliare, due fatti che porterebbero le borse cinesi al collasso.

Credo proprio che gli economisti del Fondo Monetario Internazionale stiano seguendo uno schema di ragionamento non troppo dissimile da quello che ho descritto, a partire da febbraio, in numerose puntate del Diario della crisi finanziaria, uno schema di ragionamento che vede avvenire in Cina qualcosa di non troppo diverso da quello che è accaduto in Russia dopo l'abbandono di Michail Gorbachov e cioè l'applicazione selvaggia di metodi capitalisti d'arrembaggio in un paese povero ma che garantiva una serie di certezze a tutti.

Dopo il brusco allontanamento del capo dell'ufficio statale di statistiche cinesi, il nuovo responsabile si è premurato di diffondere a tempo di record le statistiche sulla crescita del prodotto interno lordo cinese che segnalano un lusinghiero 6,7 per cento di crescita, con un incremento della produzione industriale del 5,8 per cento, una crescita quest'ultima che contrasta con i programmi di licenziamento di 1,8 milioni di lavoratori del settore siderurgico e altre chiusure di stabilimenti non più produttivi, nel frattempo esplode l'industria delle abitazioni e esplodono i mutui (+92 per cento). 

Il possibile scoppio di tre bolle contemporaneamente, quella del credito che sembra oramai imminente, quella del settore immobiliare e quella delle borse, inducono a prendere sempre più in considerazione le stime alternative dell'esule cinese ma con buoni contatti nella madrepatria, stime che dicono che siamo oramai prossimi ad una "stagnazione" che avrebbe effetti catastrofici sul PIL dei paesi avanzati!

venerdì 15 aprile 2016

Atlante salva le banche venete ma i risparmi dei veneti sono andati in fumo!


Ho già parlato del fondo Atlante costituito presso una società di gestione del risparmio già operativa e si chiariscono meglio gli assetti proprietari del fondo stesso, con Unicredit e Intesa-San Paolo a far la parte dl leone con un miliardo di euro ciascuna e Cassa Depositi e Prestiti impegnata per mezzo miliardo e poi una pletora di fondazioni, banche e compagnie di assicurazioni a fare da comprimarie. Un'iniziativa che ha ricevuto l'autorevole benedizione del Fondo Monetario Internazionale, mentre suscita qualche perplessità nella più piccola delle società di rating, Fitch's, che paventa rischi per l'affidabilità delle prime due grandi banche italiane che impegnano tante risorse in questa opera di salvataggio del sistema bancario italiano, anche se lo stesso premier Renzi si è affrettato a spiegare che l'iniziativa cooperativa del mondo finanziario è solo un tassello di una strategia più ampia del Governo che punta a mettere al riparo le banche italiane dagli strali della vigilanza della Banca Centrale Europea.

Il vero banco di prova del neonato fondo sarà l'azione di garanzia degli aumenti di capitale miliardari delle due disastrate banche venete, in primis  quello della Banca Popolare di Vicenza che, dopo la dissennata gestione capitanata da Gianni Zonin, l'ormai ex presidente che ha gestito da dominus indiscusso la banca per un ventennio, affondandola sotto un mare di sofferenze, aumento spostato ma alle porte e che doveva essere garantito in perfetta solitudine da Unicredit e per il quale si profila una marea di diritti inoptati da parte degli azionisti amareggiati dalla caduta a picco del valore delle azioni, non quotate nei mercati regolamentati, di una banca che sentivano propria al punto da sottoscrivere a 62 euro per azione quello che sempre più sembra somigliare ad un pezzo di carta straccia e che dovrebbe essere quotata a Piazza Affari ad un valore che dovrebbe, secondo i bene informati, oscillare intorno ad un euro, se non meno.

In un bellissimo articolo, il professor Zingales spiega l'ascesa e la caduta delle banche di provincia e il loro rapporto malata con le imprese delle zone di pertinenza, ma è sicuro che in nessuna regione d'Italia come nel Veneto tale rapporto patologico abbia prodotto frutti tanto avvelenati, incrociandosi con l'ascesa e la caduta di quell'economia del Nord-Est fatta di fabbrichette che hanno prosperato grazie alla debolezza della lira e alla relativa assenza della concorrenza cinese, ma che poi sono naufragate quando è stato introdotto l'euro e la concorrenza cinese, ma anche tedesca, ha iniziato a mordere sempre di più.

Come le favole del tempo antico, quello scenario idilliaco non tornerà più e gran parte delle sofferenze delle due banche venete sono irrimediabilmente perdute, anche perché i crediti venivano spesso erogati in assenza di garanzie e ad imprenditori che alla prova dei fatti sono spesso risultati nullatenenti!

giovedì 14 aprile 2016

Buy the rumor, sell the news!


Chi mi ha seguito in questi nove anni sa bene che non mi soffermo mai sui movimenti quotidiani di borsa, anche perché ritengo che i fenomeni vadano osservati sui tempi medio lunghi, ma quello che è accaduto martedì nella borsa italiana è stata una classica applicazione di quel detto che sentivo quotidianamente quando facevo l'economista in una sala operativa e, cioè, proprio come dice il titolo: compra sulla voce e vendi quando esce la notizia ed è esattamente quello che è successo a Piazza Affari tra lunedì e martedì per quanto riguarda la costituzione del fondo Atlante, un fondo destinato a sostenere gli aumenti di capitale delle banche italiane e ad acquistare le tranche junior delle cartolarizzazioni di crediti deteriorati, cioè quei pacchetti di sofferenze che non possono godere della garanzia statale riservata ai crediti in sofferenza di migliore qualità.

Cosa è accaduto? In poche parole, le azioni delle banche sono volate nella prima seduta dell'ottava sulle voci, anche contraddittorie, che parlavano della prossima costituzione di Atlante, aumenti che riguardavano indifferentemente le banche salvate da quelle considerate, a torto o a ragione, salvatrici, per non parlare della incertezza che riguardava la dotazione di Atlante, con voci che parlavano di 2,5- 5 o 6 miliardi di euro, cifre destinate in ogni caso a fare da effetto leva per interventi di molto maggiori dimensioni, nell'ordine delle decine di miliardi.

Nella seduta successiva, quella di martedì, quando le notizie sembravano più certe, il clima è cambiato improvvisamente e vi è stata una vera e propria valanga di vendite che ha lasciato indenne solo l'alquanto disastrato Monte dei Paschi di Siena che chiudeva quella infuocata seduta con un incremento di qualcosa di più di un punto percentuale, una seduta che era la cosiddetta seduta dei gonzi che hanno venduto, spesso in perdita, azioni che solo il giorno dopo, come è puntualmente accaduto, erano destinati a risollevarsi, in alcuni casi con variazioni a doppia cifra, ed è questo lo scenario che si è realizzato nella giornata di mercoledì, complice una chiarissima intervista del ministro Padoan al Sole 24 Ore.

Quello che sta accadendo sui mercati, con l'ottovolante delle quotazioni delle azioni delle banche italiane, non deve fare dimenticare che il sistema bancario italiano ha trovato il classico uovo di Colombo, cioè una soluzione che potrebbe davvero salvare capra e cavoli, riuscendo con uno sforzo finanziario tutto sommato limitato a venire incontro alle pretese di Madame Nouy che vuole una drastica riduzione delle sofferenze e aumenti di capitale adeguati a far fronte alle perdite derivanti da queste pulizie di bilancio, il tutto utilizzando il metodo assicurativo che permette di far fronte a grandi rischi con poche risorse!

mercoledì 13 aprile 2016

Facciamo il punto sulla terza ondata della tempesta perfetta


Avendo tenuto il giornale di bordo della tempesta perfetta sin dal suo scoppio nell'estate del 2007, ho individuato tre macro fasi in quella che è nata come la più grave crisi di liquidità dal secondo dopoguerra mondiale, travolgendo prima banche, industrie e settore immobiliare a stelle e strisce, per poi allargarsi alle banche britanniche, irlandesi, belghe olandesi, francesi e tedesche, una prima ondata che ha lasciato quasi indenni le banche italiane e l'industria nostrana.

La seconda ondata è quella che ha travolto i titoli del debito pubblico dei paesi dell'Europa mediterranea e la Grecia nel suo complesso con l'avvio dei lavori della Troika e lo strangolamento di quel paese che ancora oggi non è uscito da quella fase di difficoltà in gran parte legato alle strampalate ricette, del tutto pre keynesiane, adottate dagli spin doctors del Fondo Monetario, della Commissione europea e della Banca Centrale Europea, alcuni dei quali hanno anche onestamente, ma un po' coccodrillescamente, fatto ammenda dei loro errori.

In questa seconda fase, io ho interrotto per tre anni circa le pubblicazioni perché non aveva senso analizzare una crisi del debito acuita dalla sostanziale inerzia della Banca Centrale Europea che, in quella fase così calda, non imitò non dico la politica fortemente espansiva adottata dalla Federal Reserve, ma neanche quella fatta propria dalla Bank of England.

Le cose sono radicalmente cambiate nel 2015, anno che ha gettato le premesse di quanto sta avvenendo in questo anno di disgrazia 2016, con le banche europee falcidiate in borsa e quelle italiane sotto la lente della vigilanza europea presso la BCE che, dopo aver molto studiato a partire dalla sua istituzione, ha iniziato a inondare le banche di missive alquanto minacciose brandendo l'arma finale del bail-in.

Tutto questo avveniva mentre scoppiava la bolla speculativa del petrolio e quando non si erano spenti gli echi di quella fragorosa del settore immobiliare, con prezzi non lontani dai minimi in numerosi paesi europei, inclusa l'Italia. Ho invitato i miei lettori a non aspettarsi vere e proprie inversioni di tendenza nei due comparti e a non lasciarsi illudere dalla corsa dell'orso in atto nel settore petrolifero, una corsa drogata dall'attesa del prossimo vertice dell'OPEC previsto a Doha, in quanto Stati Uniti, Gran Bretagna e Iran, per non parlare degli sciagurati paesi latino-americani sono in grado agevolmente da far da contrappeso alle decisioni che verranno eventualmente prese lì. Nel frattempo, l'Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale informa che stiamo andando verso una stagnazione secolare.

La vera novità di questa terza ondata della tempesta perfetta è data dal comportamento ampiamente proattivo delle principali banche centrali dell'orbe terraqueo, un comportamento che da solo certamente non potrà risolvere tutti i problemi, ma senza il quale staremmo certamente molto, ma molto, peggio!

martedì 12 aprile 2016

Il Governo spinge le banche italiane a salvare se stesse


Dopo il vero e proprio bagno di sangue avvenuto sui mercati finanziari a partire dalla primavera dello scorso anno, ma intensificatosi bruscamente a partire dalla prima seduta di questo anno di disgrazia 2016, il Governo italiano ha capito nei mesi scorsi che la favoletta del sistema bancario solido non reggeva più e ha deciso di muoversi, dopo intense faticosi negoziati in sede europea, su due fronti: quello dell'agevolazione con garanzia del processo di smaltimento dei Non Performing Loans in pancia alle banche e quella di un fondo di garanzia per gli inevitabili aumenti di capitale delle banche stesse derivanti dalle pesanti perdite derivanti dallo smaltimento stesso e, per farlo, ha spinto un po' rudemente le banche a muoversi e ad utilizzare una sgr già esistente per garantire gli aumenti di capitale ed acquistare le tranche di sofferenze dismesse dalle banche di qualità più scadente mediante un fondo che si chiamerà Atlante, mentre quelle cosiddette senior verranno assistite da garanzia statale mediante il Gacs.

D'altra parte, di aumenti di capitale ne sono in corso per circa quattro miliardi di euro complessivi da parte di Banco Popolare, come dote di nozze nell'unione promessa con la Banca Popolare di Milano, e da parte delle due disastrate banche venete, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma potete essere sicuri che molti altri ne verranno nel corso del 2016, a partire da quel Monte dei Paschi di Siena che denuncia un rapporto tra crediti deteriorati e impieghi vivi intorno al 40 per cento, un dettaglio che non deve essere sfuggito agli uomini e alle donne che lavorano al comando di Madame Nouy!

Come si suol dire, il diavolo si vede nei dettagli e le cifre di cui per ora si parla non sembrano assolutamente stratosferiche, anche se potrebbero esercitare un effetto leva molto forte, in quanto con 2,5 miliardi di euro elevabili a 6 di fondo di dotazione si potrebbero, per la parte che garantisce gli aumenti di capitale, gestire agevolmente aumenti di capitale per decine di miliardi, a meno di ipotizzare livelli di inoptato totali che verrebbe di escludere per ché le banche di cui si parla offrono il valore delle rispettive azioni a prezzi davvero stracciati, in particolare le due banche venete di cui ho parlato di sopra.

Qualche parola va spesa sui motivi per cui ci troviamo oggi in questa situazione che non nasce certo l'anno scorso, ma affonda le radici in una gestione del credito effettuata dalle banche italiane che è stata davvero disastrosa e sulla quale la Banca d'Italia ha chiuso non un solo occhio ma tutti e due e che ha reso facile il compito della nuova vigilanza europea che ha messo in dubbio l'efficacia degli accantonamenti a questo titolo per oltre 110 miliardi di euro effettuati nel tempo e che sarebbero a rischio in una condizione di stress come quella ipotizzata in quel di Francoforte. Un'attenzione legittima, quasi doverosa, che però non viene esercitata con uguale fermezza per la altissima montagna di derivati e titoli tossici in pancia alle banche globali europee, una montagna argillosa non solo per i rischi di mercato ma anche per quelli di controparte!

lunedì 11 aprile 2016

Ma Albione lascerà davvero Europa?


Si tranquillizzino i miei lettori perché non voglio fare riferimenti mitologici o di storia antica, ma solo cercare di capire se gli isolani della Gran Bretagna, un miscuglio di popoli e di realtà geografiche molto diverse tra loro, spingeranno i loro risentimenti e il loro orgoglio fino a decidere di lasciare una realtà che conta ventotto nazioni, cinquecento milioni circa di abitanti e un prodotto interno lordo che la colloca nel novero delle tre realtà economiche più importanti dell'orbe terraqueo, una realtà a cui ha aderito relativamente di recente, ma comunque da poco meno di mezzo secolo.

Nell'Unione Europea, comunque, la Gran Bretagna possiede uno status davvero invidiabile, in quanto non aderisce, pur avendone abbondantemente i requisiti stabiliti dall'accordo di Maastricht, all'euro, sfruttando in questo caso la clausola dell'opting out, come hanno fatto anche alcuni paesi scandinavi, non aderisce al trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone nell'ambito dell'Unione europea, mentre sfrutta a mani basse della libera circolazione dei capitali, ma eccezioni generose ha conseguito anche nell'ultima tornata di negoziati svolti in quel di Bruxelles, tra i quali spiccano la possibilità di ulteriori e importanti opting out rispetto a provvedimenti in materia economica e finanziaria, nonché l'esclusione pluriennale dal welfare per gli immigrati che entreranno dopo la data del referendum, se prevarrà, ovviamente, l'opzione di restare in Europa, altrimenti faranno quello che vorranno.

Non mi addentrerò volutamente nel vivace dibattito in corso sui vantaggi e gli svantaggi derivanti dall'esito della scelta referendaria ove la stessa fosse quella della Brexit, anche se trovo ragionevole l'ipotesi di un'incidenza negativa sul prodotto interno lordo britannico nell'ordine del cinque per cento, un impatto pesante per un paese oramai deindustrializzato e alle prese con l'andamento largamente cedente del prezzo del greggio (un prezzo che ha compiuto nelle ultime settimane quella che io definisco la corsa dell'orso, con un repentino rimbalzo e poi con quella che sembra una vera e propria caduta, per poi tentare una nuova risalta).

Quello che più mi interessa è capire la stratificazione sociale rispetto agli orientamenti di voto e trovo un ottimo supporto in un articolo di Maurizio Ricci che analizza un sondaggio di dimensioni davvero impressionanti pubblicato da YouGov, un sondaggio basato su sedicimila interpellati e che indica come Londra, Irlanda del Nord, la Scozia e il Galles siano decisamente per restare nell'Unione europea, mentre le cose vanno decisamente male nelle altre pari della Gran Bretagna, così come vi è una discriminante anagrafica tra gli elettori, con i più giovani contrari a lasciare la UE e i più anziani ferventi fautori della Brexit. Vi è poi una differenza di classe, quella medio-alta a favore dello statu quo e quelle più basse in favore dell'uscita. Comunque sapremo come andrà a finire tra due mesi e mezzo o più precisamente il 23 giugno prossimo, anche se il coinvolgimento di David Cameron nei Panama Papers mette un'ulteriore ipoteca sul risultato.

venerdì 8 aprile 2016

Cosa succede se la BCE chiede alle banche italiane di smaltire in fretta le sofferenze?


Oramai è un tam tam inarrestabile: le donne e gli uomini al servizio di Danièl Nouy, la potentissima responsabile della vigilanza della Banca Centrale Europea, stanno lavorando attivamente sul dossier dei Non Performing Loans delle banche italiane che, a livello di sistema, evidenziano un rapporto percentuale sui crediti sani che sfiora il 20 per cento, il triplo del rapporto evidenziato in media dai paesi che, come noi, adottano la moneta unica europea; questo fornisce una chiave di lettura ben diversa al recente summit tra il Governo, il Governatore della Banca d'Italia, i vertici al completo della Cassa Depositi e prestiti e i due molto afflitti amministratori delegati della prima e della seconda banca italiana, sì quella Unicredit e Banca Intesa San Paolo che devono garantire gli aumenti di capitale della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, rispettivamente e che già sanno che dovranno farsi carico di un rilevante inoptato a causa del carico di sofferenze che quei due istituti di credito veneti hanno in pancia.

Ma il problema è che, in quel vertice, i due presunti salvatori che, insieme, rappresentano una parte considerevole dell'intero sistema bancario, hanno dimostrato di avere a loro volta bisogno di essere salvati, anche perché sono detentori di una parte più che proporzionale di Non Performing Loans, in particolare Unicredit, e quindi hanno bisogno come il pane di questo fantomatico fondo da 10 miliardi di euro per smaltire le sofferenze e, questa è la vera novità, garantire aumenti di capitale in gran parte finalizzati a coprire le perdite derivanti dalla cessione forzata di sofferenze e altri crediti deteriorati a prezzi di mercato che non si discostano di molto dal valore nominale degli stessi, come dimostra l'aumento di capitale del Banco Popolare da un miliardo di euro, aumento di capitale interamente utilizzato per coprire parte delle perdite derivanti dallo smaltimento di 10 miliardi di euro di NPL in tre anni imposto, in sede di fusione con la Banca Popolare di Milano,  proprio dalla Nouy.

Ho scritto più volte sui sonni persi da amministratori delegati e presidenti delle banche nostrane in relazione alle vere intenzioni della vigilanza BCE e, certamente, avere un orizzonte temporale presumibilmente triennale per portarsi agli standard europei nel rapporto tra sofferenze e impieghi vivi è qualcosa di difficilmente immaginabile, dopo decenni di vigilanza alquanto distratta esercitata dalla Banca d'Italia e credo proprio che in quel di Siena non si chiuda occhio ormai da mesi, alla luce di un rapporto tra crediti deteriorati e impieghi vicino al 40 per cento, cinque volte la media europea e con valori dell'azione del Monte dei Paschi di Siena calata rispetto ai massimi del 2007 ad un valore da prefisso telefonico!

Ma quello che più rode ai vertici bancari italiani è il fatto che il modello utilizzato dalle donne e dagli uomini di Madame Nouy prende a riferimento le sofferenze lorde e non quelle nette, 200 miliardi di euro circa le prime contro un molto più ragionevole 88 miliardi le seconde, perché sostengono che gli accantonamenti non reggerebbero ad una situazione di stress che loro vedono come molto più probabile di quanto ritengono i nostri amministratori delegati. Tutto questo spiega i crolli delle azioni delle banche italiane molto più di tanti astrusi ragionamenti!

giovedì 7 aprile 2016

Le banche tedesche coinvolte in massa nei fatti di Panama


Che i clienti non andassero da soli allo studio legale panamense Mossack Fonseca lo aveva capito anche il più sprovveduto dei miei quattro lettori, ma nessuno avrebbe potuto immaginare la diffusione di questa pratica di accompagnamento esistente tra le banche tedesche, con sei delle maggiori banche tedesche pienamente coinvolte e altre 21 banche di minori dimensioni e, almeno in parte, a capitale pubblico.

Ovviamente, la parte del leone la fa una nostra vecchia conoscenza, sì quella Deutsche Bank che non è solo il primo istituto di credito tedesco, ma è anche una banca globale che annovera nei suoi bilanci (al di sopra e al di sotto della linea di bilancio) poco meno di 60 mila miliardi tra derivati e titoli tossici, ebbene questa banca ha avviato per centinaia di suoi clienti le pratiche che portavano a costituire presso lo studio Mossack Fonseca società off shore, un accompagnamento verificatosi oltre quattrocento volte e che sarebbe stato facilitato, oltre che dalle sue dimensioni, anche dal fatto che uno dei due soci fondatori dello studio legale panamense è di origine tedesca.

Ma il bello, come rivela un articolo de La Stampa, è che già due anni fa una persona aveva venduto alle autorità tedesche uno spaccato di questo sistema ed erano state multate alcune banche tedesche, come ad esempio Commerzbank che ha dovuto pagare 17 milioni di euro, oltre a promettere, cosa che a quanto pare non ha fatto, di non adottare più simili comportamenti.

Tra le banche sotto esame da parte delle autorità tedesche, che va detto sono tra le più inflessibili al mondo nel perseguire le pratiche disinvolte dei cittadini tedeschi, vi è anche la Hypovereinbank che, come è noto, fa parte del gruppo Unicredit, e avrebbe aiutato la costituzione di sole 17 società off shore rispetto alle centinaia delle altre grandi banche tedesche, ma il danno reputazionale è fatto!

Certo, questo immenso giro di denaro, un giro che peraltro non è stato ancora quantificato nella sua interezza, è stato facilitato da oltre 500 banche all over the world, ma il totale delle società tedesche sul totale di quelle aperte dallo studio panamense sfiora il dieci per cento (l'8 per cento circa per la precisione) ed è compiuto in larga misura da banche che due anni fa avevano ricevuto il cartellino giallo dalle autorità tedesche. 

Comunque, con buona pace di quanto affermato di recente in televisione dal prof. Masciandaro, di questo caso sentiremo parlare a lungo e i provvedimenti, stavolta, dovrebbero essere molto diversi da quelli assunti in passato!

mercoledì 6 aprile 2016

Summit del governo con i banchieri su sofferenze e banche venete


Non ricordo, neanche negli anni più caldi della tempesta perfetta, precedenti di un incontro tra il Governo e il Gotha dei banchieri italiani, anche perché in quegli anni, mentre in tutta Europa si salvavano le banche spendendo circa 600 miliardi di euro, il Governo  del nostro paese non spese un centesimo e, infatti, i Monti Bond, peraltro utilizzati in buona sostanza soltanto dal disastrato Monte dei Paschi di Siena, vedono la luce quando oramai l'ondata di piena della prima fase della crisi finanziaria è passata e il sistema creditizio italiano subisce le conseguenze degli "errori" dei banchieri nostrani e il montare delle sofferenze legate alla crisi economica prodotta da quello che negli anni precedenti era accaduto in quel casinò a cielo aperto che era stato per giudizio dei grandi della terra il sistema della finanza strutturata.

Alla riunione ha partecipato, almeno nella parte iniziale, anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e ha fornito indicazioni generali per poi lasciare la guida della riunione a Pier Carlo Padoan, il ministro dell'Economia proveniente dall'OCSE dove aveva svolto una lunga e fortunata carriera come economista, e Padoan, attorniato dai vertici della potentissima Cassa Depositi e Prestiti, ha ascoltato pazientemente il libro delle lamentazioni dei ben remunerati amministratori delegati delle principali banche italiane.

A quell'affollato tavolo sedevano cacciatori e prede della nuova fase di ristrutturazione del sistema bancario italiano, ma ospite invisibile era anche la potente signora che guida la vigilanza della Banca Centrale Europea, Danièle Nouy, sì quella che sta facendo perdere loro il sonno con le sue richieste perentorie che spesso partono proprio dal carico di sofferenze della banche italiane, partendo da un modello, quello di Francoforte, che prende a riferimento le sofferenze lorde più che quelle nette, quasi che gli accantonamenti effettuati dalle banche non valessero tanto se si entra in una fase di default.

Quello che i banchieri e il Governo si sono detti nella riunione di martedì è, ovviamente, coperto dal riserbo più assoluto, ma, come sempre, qualcosa è trapelato a riguardo della possibile costituzione di un veicolo comune, dote di dieci miliardi di euro, che dovrebbe smaltire in parte il peso delle sofferenze e lo spinoso capitolo degli aumenti di capitale delle disastrate banche venete, con i due big del settore creditizio impegnate a garantire l'aumento della Banca Popolare di Vicenza, Unicredit, e quello di Veneto Banca, Intesa San Paolo; un punto, quest'ultimo, su cui credo proprio che gli animi si siano alquanto scaldati!

martedì 5 aprile 2016

Il ritorno del sarto di Panama


Credo proprio che, se avessero visto attentamente il film Il sarto di Panama, Putin, il premier cinese e tanti altri potenti della terra che hanno fatto ricorso ai servigi di un importante studio legale panamense per occultare parte delle loro più o meno ingenti ricchezze ci avrebbero pensato almeno due volte prima di scegliere questa parte del mondo.

Di paradisi fiscali, liste più o meno nere e di stati canaglia abbiamo sentito parlare tante volte, ma, come ricordavano ieri alcuni valenti economisti, raramente, io direi mai, dalle roboanti promesse di fare pulizia e di recuperare l'ingente maltolto dell'evasione fiscale che così spesso è alla base della costruzione di queste scatole societarie infarcite di prestanome dove è difficile risalire al nome del beneficiario ultimo si è passati ai fatti.

Stavolta a essere beccati con le mani nella marmellata sono i clienti di questo rinomato studio legale basato in quel di Panama ma con studi associati in decine di paesi e sempre per colpa di un dipendente infedele che, forse per lucro o per altri insondabili motivi, ha passato alla Suddeutsche  Zeitung un milione di documenti racchiusi in 2,3 terabyte di informazioni, documenti che il giornale tedesco ha poi condiviso con altre decine di testate nel mondo e tutti insieme questi organi di informazione che fanno parte di un network di giornalismo investigativo hanno messo negli scorsi mesi al lavoro oltre trecento giornalisti che hanno lavorato in tandem sui nomi più importanti mentre hanno operato singolarmente sui nomi dei clienti dei rispettivi paesi.

Sia chiaro, non è, come ha ricordato il caporedattore de L'espresso, la testata che sta svolgendo il lavoro sui circa 800 italiani che hanno costituito società off shore a Panama, che si sia partiti da liste di nomi, anche perché in non pochi casi si tratta di prestanomi, ma si è dovuto "lavorare" ogni singolo fascicolo per risalire ai reali beneficiari della società, un lavoro certosino che ha però alla fine dato i suoi frutti.

Nell'epoca della globalizzazione della finanza non è un reato portare dove si voglia i propri capitali ma c'è il piccolo particolare che tali movimenti vanno denunciati al fisco del paese di appartenenza del singolo investitore, un adempimento al quale si sono sottratte a quanto pare, tutte le persone coinvolte in questa vicenda. Dopo il clamore della notizia, ieri è stata l'ora delle smentite, alcune molto veementi e indignate, ma i giornalisti ricordano che hanno a disposizione i mandati firmati da tutti i reali beneficiari ultimi!

lunedì 4 aprile 2016

La borsa boccia il sistema bancario italiano


Le statistiche a volte sono davvero impietose e ci dicono che le banche italiane quotate a Piazza Affari hanno perso nel primo trimestre di questo anno di disgrazia 2016 il 32 per cento del proprio valore, quindi, in soli tre mesi, un terzo circa della capitalizzazione di borsa delle nostre banche primarie è andato in fumo e, in questo caso, non vale l'ironia di Trilussa sulle statistiche, perché i ribassi sono abbastanza equamente distribuiti sulle banche di cui mi sono occupato in questo periodo nel Diario della crisi finanziaria.

Ma il problema vero è dato dal fatto che se in questi tre mesi l'andamento delle quotazioni è stato sostanzialmente one way, non è andata di certo meglio nel 2015, anno in cui si è registrato, per la maggior parte delle banche quotate l'abbandono di massimi di periodo che già a dicembre segnalavano cali notevoli delle quotazioni e questo in un anno che ha visto il listino generale crescere di un robusto 15 per cento, variazione positiva che è stata la più alta tra quelle registrate nello stesso periodo dagli altri listini europei.

Procediamo in ordine di importanza, rispetto ai massimi del 2015, Unicredit, primo gruppo bancario italiano ha perso il 53 per cento, mentre un po' meglio ha fatto Intesa San Paolo che perso "solo" il 35 per cento, mentre la terza classificata nella graduatoria dei gruppi bancari, Banca del Monte dei Paschi di Siena (e lo rimarrà, salvo stravolgimenti anche dopo la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, almeno per il totale attivo) ha lasciato sul terreno nel breve volgere di dodici mesi l'81 per cento del valore di borsa e, quindi, della capitalizzazione.

Venendo un po' più in basso nella graduatoria, il Banco Popolare, promesso sposo della più piccola Banca Popolare di Milano, ha perso il 65 per cento della propria capitalizzazione, mentre la sposa limita le perdite al 42 per cento, ma peggio ha fatto UBI che, nel breve volgere di 12 mesi, è passata da un valore dell'azione di 15 euro ai 3,24 di venerdì.

Ma il discorso si davvero drammatico per gli azionisti delle due banche di medio grandi dimensioni non quotate, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca che, in assenza di una presenza dell'azione nei mercati regolamentati, hanno visto scendere, senza possibilità di vendere, il valore dell'azione da valori superiore ai 60 euro ai 6,3 e 7,3 euro, rispettivamente, del valore di un diritto di riscatto che le rispettive banche impediscono loro di esercitare e che si apprestano a vedere, in sede di prossima quotazione, scendere ancora il valore delle rispettive azioni a valori oscillanti intorno all'euro!

venerdì 1 aprile 2016

Carige suscita le ire di Apollo!


Pressata dalla sorveglianza europea della BCE, Banca Carige ha tenuto ieri l'assemblea ordinaria dei soci che, guidati dall'azionista di riferimento Vittorio Malacalza, hanno approvato il molto discusso bilancio 2015, giubilato il precedente presidente e l'amministratore delegato, Pierluigi Montani, chiudendo di un colpo l'era del possibile ma mancato risanamento che doveva fare seguito alla disastrosa e pluridecennale gestione Berneschi.

Alla guida della Banca è stato chiamato Giuseppe Tesauro, già presidente della Corte Costituzionale dopo essere stato il numero uno dell'Antitrust, mentre Malacalza si è ritagliato per sé il ruolo di vicepresidente, mentre al posto di Montani è stato chiamato Guido Bastianini, ex Capitalia che ha proseguito a lavorare per Matteo Arpe nella creatura finanziaria realizzata dall'antico antagonista di Cesare Geronzi.

Ma la notizia che tutti si aspettavano era relativa alla posizione dell'azionista di maggioranza relativa nei confronti dell'offerta del fondo statunitense Apollo Capital Management che, come ho scritto in questi giorni, ha offerto 695 miliardi di euro per i 3,5 miliardi di sofferenze nette di Carige (meno del 20 per cento del valore al netto degli accantonamenti), per poi partecipare con 500 milioni di euro a un aumento di capitale della banca, più 50 milioni riservati agli attuali azionisti.

La mossa più discutibile di Apollo non sta nelle condizioni offerte che, seppur molto dure, fanno parte del gioco non sempre elegante della finanza, quanto nel fatto che è stata fatta filtrare una sorta di approvazione da parte della vigilanza della BCE che il legale di Malacalza smentisce duramente come destituita di ogni fondamento.

Quale è il piano alternativo della banca nella nuova era dominata dai Malacalza, sì sono più d'uno, viene delineato nello stesso intervento del legale incaricato di parlare per conto dell'azionista di maggioranza, quando non esclude un ricorso al Gasc il nuovo meccanismo messo in piedi dal Ministero dell'Economia e che ha avuto il via libera da parte dell'Unione europea, anche perché si potrebbe spuntare un prezzo più alto di quello offerto da Apollo e si potrebbe operare per tranche senza giungere nell'immediato a perdite per molte centinaia di milioni.