giovedì 21 aprile 2016

Una tegola veneta sul Monte dei Paschi di Siena


Questo non è il primo articolo e non sarà nemmeno l'ultimo nel quale mi occupo delle banche che operano in quella sventurata terra, almeno dal punto creditizio, che è diventata il Veneto, occupandomi in particolare modo di quelle che hanno sede legale in questa regione, come la Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca con sede a Montebelluna, ma ho poi fatto mente locale sul fatto che, acquisendo la Banca Antonveneta, il Monte dei Paschi di Siena è diventata una banca di casa, prendendo i depositanti di quella banca che nella fase più acuta del risico bancario italiano cadde nelle mani di Emilio Botin, patron del Santander e che in 24 ore ore fu ceduta al Monte dei Paschi di Mussari che la pagò qualche miliardo in più di quanto l'avesse pagata il capace e anche un po' rapace banchiere spagnolo.

Ma mentre parte dei depositi sono migrati verso altri lidi, gli impieghi di Antonveneta sono rimasti tutti lì e una parte di essi si sono trasformati in Non Performing Loans, andando ad appesantire quelli, già di per se non lievi dalla banca senese, che, a giugno dell'anno scorso presentava un esposizione complessiva di crediti deteriorati che sfiorava decine di miliardi di euro, una cifra enorme per una banca che vanta impieghi vivi per 117 miliardi di euro.

Ma scendiamo un po' nel dettaglio e vediamo che, al lordo degli accantonamenti, il Monte dei Paschi di Siena ha sofferenze per  26,6 miliardi di euro così ripartite: 11,8 miliardi di sofferenze garantite da immobili, 6,5 miliardi assistiti da garanzie personali e 8,3 miliardi non assistiti da nessuna forma di garanzia, mentre, al netto di quelle rettifiche di cui la mastina Daniele Nouy non vuole sentire nemmeno parlare perché in una situazione di stress non sarebbero utilizzabili, le sofferenze scendono a qualcosa di meno di 10 miliardi di euro.

Ho espresso più volte il mio personale apprezzamento per le capacità dell'amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, ma ritengo francamente che quella sua sia la classica mission impossible e che solo misure straordinarie con adeguati aumenti di capitale possono far sì che la banca non venga travolta dall'eredità veneta che già tanto è costata in questi anni.

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